Talento? Guerra generazionale

Il talento del nuovo, la conservazione del vecchio alla luce di un potere. Una generazione che conserva, o una che sa accettare il nuovo. Il problema del progresso e del regresso sociale si coniuga in questi aspetti. Lo insegna la storia di qualsiasi campo, prendi un Giotto, o un Fausto Coppi

Se nel calcio c’è poesia l’evocazione sta tutta in un numero: il 10 perché è nella stanghetta affiancata allo zero il sospiro di chi vorrebbe un mondo diverso dal vincere o perdere come definizione assoluta, a prescindere da quel che si è. Il dieci, il solitario fra le onde, l’estro unico a volte vittima degli umori che lo rendono “diverso”. L’artista,  un archetipo da applicare alla cultura, al calcio, allo sport e ad ogni forma dell’esistere. L’emergere di un talento è una specie di scalata ad una cima con tanti elementi che concorrono al “trionfo”. A contare, innanzitutto, è ciò che gli è attorno perché stando nella metafora dell’alpinista, con la pioggia si sta in baita e non si conquistano vette, e nel senso esteso, tutto dipende dalla sensibilità culturale dell’epoca in cui il genio si propone. Ad esempio se la fauna sociale dell’Italia di sette secoli fa avesse avuto la stessa mentalità del nostro “bel paese”, probabilmente l’umanità si sarebbe persa Giotto e con lui la “robetta” chiamata Rinascimento. Si racconta, infatti, che  il genio del pittore toscano fu scoperto da un “maestro” della generazione precedente, il grande Cimabue che vedendo il pastorello disegnare su una pietra ne lesse il genio invitandolo ad esprimerlo nella sua bottega.

Una storiella, nulla più. Storicamente il “contatto” fra i due non avvenne così ma fa lo stesso, perché effettivamente la storia dell’arte dice che l’immenso talento di Giotto fu allevato a bottega dal maestro Cimabue che, seppur insigne e acclamato, nel suo animo capì subito di essere un po’ meno straordinario del “pastorello”. Questo a rappresentare un medioevo italiano assai diverso dall’oggi, purtroppo. Ve lo immaginate un celebre artista scoprire un giovane talento, e come Cimabue, lavorarci assieme e magari passargli gradualmente il proprio spazio di visibilità pubblica, qualche collaborazione lucrosa condividendo magari un riflettore, una terrazza, una giuria o una serata a pagamento e, soprattutto insegnandogli un po’ del mestiere sapendo che prima o poi il rischio potrebbe essere quello di rimanerne offuscato? Ma va!

Eh, già, quello era il medioevo…   Beh, ci sono anche storie più attuali a rafforzare il verso. Ad esempio, sempre stando un po’ nel confine delle leggende, se lo zoo dell’Italia di settant’anni fa fosse stato quello di adesso probabilmente avremmo perso un “campionissimo”, perché lo scopritore di Coppi,  Cavanna, si sarebbe smarrito ben prima dell’incontro con i muscoli dell’airone. Chi era Cavanna? Un tecnico, stregone (faceva certi intrugli…) e massaggiatore, cieco, che al tocco delle fibre muscolari del ragazzo di Castellania comprese di essere di fronte a qualcosa di eccezionale. Tutti ritengono che il legame fra i due fu decisivo per l’inizio della carriera ciclistica di Coppi, tanto che se non ci fosse stato, Fausto avrebbe dato retta al padre, tornando ai campi e addio leggenda.

Quindi, abbiamo guadagnato una “epopea” perché nell’Italia ante guerra c’era ancora chi, conscio delle proprie grandi capacità ma anche dei propri limiti, si adeguava a fare del meglio nel suo campo (cioè a rendere tecnicamente unico un talento immenso).

Oggi, dentro un presente senza limiti in cui tutti pensano di poter fare tutto, nel teatro come  nella scrittura, nello sport come nella vita e dove impera il “non conta il talento ma ci vuole tanta volontà,  trovarsi al posto giusto e la capacità di nascondere quello che manca,”il Cavanna seppur cieco, con tutto quello che sapeva e poteva con le biciclette, ci avrebbe provato egli stesso a diventare campione magari gettandosi in una bella mattinata di sole mani al manubrio dal colle davanti a casa, perché tanto a che serve la dote fisica in un mondo in cui un paracarro siliconato può dirsi ballerina (basta dare emozione, a quale parte del corpo è secondario).

Vuoi che un talentuoso tecnico - massaggiatore, anche se cieco, non possa dedicarsi direttamente al ciclismo? La fine della storia sarebbe stato un massaggiatore-cartone animato spiaccicato contro un motocarro, ma che importa? Poverino, lui ci credeva tanto, perché dirgli di no?

Ma allora, era allora. Oggi, direte, perché si dovrebbe tornare al vecchio senza avere una convenienza? Ah sì, volete la convenienza? Mettiamola così. E’ bello pensare che Cimabue, con l’intuizione del talento di Giotto, abbia potuto farsi il dono più grande: l’immortalità.

Il maestro Cimabue è rimasto. Rimasto per quel che ha dipinto ma rimasto anche per quel che ha fatto chi, senza di lui, forse non avrebbe potuto cambiare il corso dell’umanità. Insomma, una generazione prima che ha voluto darsi il dono dell’immortalità attraverso quella dopo. Non è male, no?

All’alba del ventesimo secolo Thomas Mann scrisse i Buddenbrook, parabola, ascesa e caduta di una umanità in 4 generazioni. 4 generazioni. I nostri bisnonni fecero l’Italia industriale e la grande guerra. I nonni il fascismo e la resistenza. I padri l’Italia che volava e ragionava. E poi, noi, noi sulla soglia. Come diceva Hanno, l’ultimo dei Buddenbrook: “Guarda, qui c'è una porta, una porta del cortile, è aperta, là fuori c'è la strada. Che ne diresti se uscissimo e andassimo un po' a passeggiare sul marciapiede? C'è l'intervallo, abbiamo ancora sei minuti; potremmo essere di ritorno puntuali. Ma il fatto è questo: è impossibile. Lo capisci? Qui c'è la porta, è aperta, non c'è alcun cancello, niente, nessun ostacolo, la soglia è qui. E tuttavia è impossibile, già il pensiero di uscire anche soltanto per un secondo è impossibile...”.

Uscire. Varcare la soglia. Cambiare per non morire. Sì,  questa penisoletta purtroppo ha esaurito i Giotto, però l’abbozzo di un qualche numero 10 da “zona salvezza” magari ancora lo trova.  Basterebbe il senso di una rivoluzione che si chiama merito. Idee chiare e distinte, un po’ come Cartesio. Chi ha talento per questo. Fa questo. Chi no, altro. Facciamola ‘sta distinzione per quello che si riesce in un paese dal fiato corto. Facciamola adesso. Per un senso di futuro, per l’Italia oppure semplicemente per noi, perché si sa, le rivoluzioni tengono vivi. 

Facciamola ‘sta rivoluzione, magari partendo dal centimetro di mondo, accanto a noi. Che ci costa, alla fine?