Doping: lo sport non è questione di cuore

Doping. Il concetto del bianco e nero. dell'epurazione. Come se lo sport fosse da sempre un concetto pulito, solo un principio legale, legato ai numeri, non agli uomini. Sicuri sia così?

Due foto ormai famose. Due Olimpiadi. Un atleta, Schwarzer. La prima immagine è vecchia di troppi anni, il trionfo di Pechino e l’altoatesino che ride come un bambino. L’altra, quella più attuale, lo raffigura piangente in conferenza stampa. La parola che spiega tanto contrasto di emozioni è quella più in voga nel nuovo millennio: doping e l’accostamento dello Schwarzer prima e dopo suggerirebbe facile facile anche uno slogan: atleta pulito uguale gioia Lasciamo perdere la storia della fidanzata, tirata dentro come se mentire non fosse di questo mondo, o dello sport, e non ci fosse la debolezza dell’umano in ogni cosa che facciamo, in ogni sentimento che viviamo. Comunque, accostare l’Alex felice e quello piangente suggerisce un.abbinamento facile facile, da bambino. Dopato, uguale a dolore. Si, verrebbe facile questa morale se potessimo credere che nella vita esiste la precisione di un bianco e di un nero ovvero un bene e un male assoluti. Sappiamo però che non è così. L’esistere è un fatto di sfumature, nient’altro. Doping. Cominciamo da una frase divenuta banale come  una caramella messa ad omaggiare i clienti di un fast food: “Non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi.” Il “Piccolo Principe”, una ispirazione che tende a staccarti dal concetto di razionalità creando un limite relativo. E se anche nel mondo del doping i limiti, i valori, i dati fossero elementi in grado di dire molto ma non tutto? Di sicuro, intanto, le percentuali e i milligrammi non raccontano una storia come dovrebbe essere raccontata. Non sono capaci di toni, suoni, colori. Sono parti di tabelle. Non di una cultura e neanche di un’arte. Prendiamo il ciclismo. “Mi è sempre piaciuto ma Pantani è stato una delusione troppo grande. Oggi non seguo più le corse.” E’ frase che senti spesso quando ti trovi a parlare di biciclette, corridori e traguardi. Accanto ad essa proviamo a mettere un’immagine. Quella del luglio 1998, la vittoria a braccia aperte a Les Deux Alpes di Marco Pantani. Una tappa che respirava la precarietà di un Tour devastato da arresti, interrogatori, ritiri di massa. L’avversario di Pantani era Ullrich, un tedesco che a metà fra vittima e colpevole frequentava il ciclismo chimico dai tempi della Germania Est. Lui faceva il “pieno” e aggiungendolo  alle sue doti naturali poteva macinare a cronometro minuti che nessuno avrebbe potuto colmare in classifica. In quel giorno di freddo assurdo, a Les Deux Alpes, Pantani avrebbe potuto scegliere di non provare  a vincere contro quell’autotreno. Non attaccare a cinquanta chilometri dall’arrivo. Poteva limitarsi a raccogliere quello che aveva già avuto. Stare tranquillo davanti ad una finestra imbandita di sponsor e tifosi. Non l’ha fatto. Ha scelto di andare di là, a varcare un oltre, un limite che non era chimico ma umano. E così, anche vista oggi, l’immagine de Les Deux Alpes stride con le parole tradimento e drogato e non può restituire solo numeri, razionalità, verdetti. No, non può.  Fu da quel Tour del 1998 che partirono le crociate più furiose su doping e ciclismo. D’improvviso, i medici che nei primi anni ottanta erano decantati come geni, diventarono criminali sportivi. Tutto normale, è il solito modo di vezzeggiare  e poi flagellare a seconda di dove tira il vento.  Ad esempio riportiamo un articolo de La Stampa del 21 gennaio 1984 dalla Città del Messico fresca del record dell’ora di Moser. La sigla del pezzo è autorevole, quella di un grande scrittore di sport. Se sul doping ha cannato g.p.o possono cannare tutti …”La prima storia del nuovo ciclismo divertente, appagante, pagante, viene scritta non da un corridore baciato dagli dei ma da uno aiutato dagli uomini (Conconi e la sua equipe)…. Un suo assistente, Michele Ferrari verrà staccato per seguirlo (Moser) nelle prove su strada… Conconi, biochimico ferrarese in odore di Nobel per una scoperta relativa a Emoglobina Biologica, inventore di Damilano, della Fogli, di Magnani, fra gli inventori di Cova… con lui nasce dunque il ciclismo della preparazione scientifica, individuale, specialistica. Requiem per il ciclismo dei lunghi allenamenti che sono poi passeggiate o fatiche inutili… La scienza per poter finalmente pedalare tranquilli, finite le vecchie teorie del riposo, dello stop a fatiche ritenute disumane…”.
Certo, le prime impressioni possono divenire conoscenza e non possiamo dimenticare che fra la pista messicana scientificamente sponsorizzata di Moser e il Tour del 1998 passarono quattordici anni e la decantata “preparazione” può aver cambiato d’abito divenendo il doping maledetto del 1998. Lo stesso, però, oggi, quanto sembra illuminante quella scrittura che narra di un nuovo ciclismo senza fatica, sofferenza, sacrificio. E accanto all’ossessione per la scienza, il record numerico, mettiamoci anche l’evoluzione dei grandi giri (fra cui il Tour)  verso lunghissime e piatte odissee a cronometro, un terreno disegnato esclusivamente per le “scientifiche” macchine umane e spietato invece verso gli eroi del ciclismo andato, gli scalatori, che in una gara di potenza potevano solo perdere, e perdersi. Per capire meglio il contrasto, mettiamoci un’altra immagine. Sono passati due anni dal 1998, siamo al Tour del duemila. E’ il 13 luglio, due uomini al comando. Uno in maglia rosa, Pantani. L’altro in maglia gialla, Armstrong. Stanno appaiati sulle rampe del Ventoux. La differenza evidente è che uno, l’italiano, scalatore fuoriclasse, fa fatica. L’altro, l’americano, apparentemente no. Uno ti emoziona, l’altro, no. Vincerà Pantani. Armstrong dichiarerà d’averlo lasciato vincere, il che umilierà il romagnolo che qualche giorno dopo a Courchevel coglierà la sua ultima vittoria. La storia di Pantani atleta finiva lì, cominciava la tragedia di uomo ma questa è questione di cuore e nell’editoria di oggi non conta.  Nel 2000 andava cominciando la storia di Armstrong, sette Tour e l’immagine di un super-eroe capace di uscire da una malattia atroce e tornare a vincere nei venti giorni più importanti del ciclismo, quelli francesi. Le accuse postume di doping, con analisi e testimoni, sono l’oggi come è cronaca anche il Vinokurov prima squalificato e poi campione olimpico 2012 di fronte ad una nazionale italiana tarpata perché figlia di una federazione assolutamente inflessibile verso i già squalificati, che non possono correre in nazionale al fianco dei tanti campioni “prodighi” di altre federazioni. Speriamo che tanta purezza da Belpaese non sia stata messa a nascondere lacune come quella di una cultura tecnica incapace di programmare un minimo di corridori per le Olimpiadi su pista.
Sta di fatto, comunque, che tanta rigidità un po’ stona perchè nel ciclismo, e nella vita, per fare davvero pulizia bisognerebbe che le rotte della giustizia non siano tracciate da coloro che vengono da quel passato che d’improvviso, come d’incanto, hanno scoperto cattivo. Uno sguardo veramente nuovo forse potrebbe accorgersi che doping è solo una parola e non una sentenza definitiva e il ciclismo, come tutto lo sport, non può essere disegnato da concetti assoluti, perché assomiglia troppo alla vita.  E se vedere col cuore divenisse una categoria dell’antidoping? Magari, ci si accorgerebbe che il Basso che al Giro ci prova,  attacca, poi soffre, traballa, sbuffa, si stacca e perde da uomo è armonia di un ciclismo finalmente vero che non dovrebbe essere escluso a priori dopo aver pagato quel che doveva pagare mentre altri, altrettanto condannati, mai stati scalatori che adesso vanno sul ventidue per cento come fossero moto da trial, forse un limite lo meriterebbero, almeno negli elogi. Ma è così, nello sport come altrove. Vedere con il cuore?  Ma va, non si usa più!