Creare il nuovo

Gli innovatori nello sport. Gli uomini che cambiarono il salto in alto, lo sci da fondo e il ciclismo. Geni dimenticati, o semplicemente interpreti del nuovo che era avanzato. L’innovazione, un modo per raccontare lo sport, e per dimostrare che anche l'agonismo ha una storia vera e non solo televisiva

Gli innovatori nello sport  Gli uomini che cambiarono il salto in alto, lo sci da fondo e il ciclismo. Geni dimenticati, o semplicemente interpreti del nuovo che era avanzato. L’innovazione, un modo per raccontare lo sport, e per dimostrare che anche lo sport, ha una storia vera e non solo televisiva

 

Chissà se questa crisi sarà un lungo inverno o invece verranno giorni più belli, e sarà stato giusto  il tempo di liberarsi di pellicce, trucchi  e asineria dell’apparire. Come la Scala, che per riavere il senno di una cultura musicale, deve necessariamente varcare la mezzanotte di ogni sette dicembre e la sostanza inutile chiamata “prima”.

Eppure, state sicuri, questa crisi passerà, e non perché lo dicono gli ottimisti a lunga conservazione ma perché ricostruire è il senso obbligato dell’uomo, come il torrente che può solo correre fino a trovare il mare, al di là dei cocci che lascia sulla riva.

Passerà, passerà questa crisi, e tanto più velocemente quanto saranno nostre le parole di Proust: non è questione di nuove terre, ma nuovi occhi, l’innovazione.

Il nuovo.

Testardaggine e immaginazione. Tesi e antitesi a creare un “dopo” completamente diverso da ogni “prima”.

Mexico 1968. Un rito azteco. Rappresentazione e sacrificio. Brand visto mille volte, come il podio a pugni alzati di Smith e Carlos, ma anche qualcosa che non si vede mai, Tlatelolco, la piazza, 300 studenti massacrati come buoi dentro un mattatoio.

E il nuovo?

Oregon State. La storia parte da lì. E’ il 1963  c’è un ragazzino che ama saltare in alto

“A me il salto ventrale proprio non riusciva. Alla prima gara ufficiale mi barcamenai, finchè l’asticella non arrivò a 1.78. Lì c’era il mio limite, ma non quello di molti altri che lo superarono facilmente.”  1.78. Come la frontiera di Turner. “A quel punto avevo solo due possibilità. Una era arrendermi. L’altra, provare ad inventare qualcosa di nuovo.” Il nuovo fu presentare all’asticella non più le gambe, ma la testa e poi le spalle. Questo comportò una torsione “che mi venne immediatamente.”

Da quel giorno, l’1.78 per Dick Fosbury non fu più un limite, ma il primo abbozzo di quello che diventerà il Fosbury Flop. Studente di ingegneria, gara dopo gara, risultato dopo risultato, Dick perfezionò un parto della creatività con la tecnica empirica che stava studiando.

“Nel tempo la rincorsa divenne una virgola che lambiva l’ostacolo. E accentuai anche l’arcuazione delle spalle, accelerando i tempi di richiamo. Quando apportavo delle modifiche? Quando funzionavano. E miglioravano il risultato…”

Fosbury adesso fa l’ingegnere e vive nell’Idaho, di fronte a rocce che Hemingway scelse come ultimo sguardo. Le stesse montagne che, due secoli prima,  qualcuno valicò per portare in là la frontiera dell’America.

Storie di vette mai troppo impervie per l’uomo,  più o meno quanto quell’1.78 che Fosbury a 17 anni seppe sconfiggere insegnando un nuovo modo per levarsi qualche dito in più da terra.

Adesso il Fosbury Flop si chiama salto in alto, e magari un domani Dick sarà dimenticato, esattamente come chi che per primo valicò le montagne che adesso ombreggiano il suo giardino. Non è questione di nomi, il progresso. Quelli fanno parte della retorica, e raccontano un’altra storia. La realtà è fuori dai nomi, e per innovatori che sanno vincere, ce ne sono altri che da quello che regalano non raccolgono nulla.

Uno è Pauli Siitonen, fila di sillabe che rende il senso di piane immobili e silenziose fatiche dove fermarsi vuol dire arrendersi.

Scivolare con gli sci stretti fino a Pauli Siitonen era scrivere rotaie dritte e parallele, un segno grafico perfetto nella caotica provvisorietà della natura.

Siitonen fu il primo che nel fondo andò oltre l’ordine, scegliendo l’efficacia. “Mancava un chilometro. Io non ne avevo più ma non volevo perdere. Per riposare mi venne da appoggiare lo sci trasversalmente invece che in avanti. Picchiare, invece che scivolare. Prima uno… poi l’altro. Mi accorsi che funzionava…”

L’americano Koch fu il primo che propose il pattinato ad alto livello, dimostrando che la nuova tecnica poteva aprire nel fondo orizzonti inediti, anche geografici.

La dimostrazione più clamorosa  di quella ventata di novità venne pochi anni dopo. Sarà Lillehammer 1994 e una staffetta azzurra che ferì una Norvegia riunita attorno alla pista olimpica. Quel giorno gli attimi dopo l’arrivo furono silenziosi quanto foreste, nel muto clamore di dei che si scoprivano uomini imparando che non sempre eleganza fa rima con efficacia.

Ci mise dieci anni il pattinato a diventare passo “nobile”. Dovette sconfiggere la diffidenza dei puristi, che l’allargamento della “base” non la gradiva granchè. E qui sta il verso più delicato della faccenda. Perché l’innovare, il proporre diverso, non è azione pacifica.

L’interlocutore è sempre il vecchio, il consueto, la comodità della tradizione, della omologazione.

Croste dure, da incidere.

Storia del 1954, strappo nel ricamo primaverile che parte da Milano  e arriva a Sanremo.

Un tracciato che pare una corsia di box. Tanta pianura, e qualche rampetta, ma in realtà agonismo vero e come tale storia, vita, esistenza e simbolo.

1954.

Il buio alle spalle era chiamato guerra fascista ma quella Sanremo era sfavillante di novità, tanto che dentro la collana di vetture al seguito se ne  poteva scorgere una insolita, con una scritta bianca e oscura: RAI! Trasmissioni sperimentali. Dietro di essa veniva il gruppo, con la solita, rituale e rustica fatica.

Altra novità di quegli anni era un giovane di Prato, Loretto Petrucci. Uno che aveva intuito cosa fosse essere personaggio, abituato a parlare schietto, fatto anomalo in mezzo ad un gruppo che ancora si muoveva al ritmo lento della memoria. Ogni volta che si trovava davanti ad un giornalista,  Petrucci andava fuori tono. Gridava che per il ciclismo, come per l’Italia, era tempo di cambiare le cose, lasciare le maglie di lana nei cassetti, abbandonare le strade impolverate e ghiaiose, dimenticare l’odore di olii canforati e di cose antiche, e magari lasciarsi indietro anche i vecchi campioni, ormai vestiti usati utili solo per qualche ricordo.

Petrucci aveva già vinto due Sanremo e dopo quella del 1953 la sua voce era risuonata come tuono d’aprile: “Fausto Coppi per le corse da un giorno non ha più nulla da dire.” spavaldo, come sapeva volare in bicicletta, tanto da sembrare uno destinato a vincere senza soffrire.

Petrucci quell’anno si era sbagliato, Fausto riuscì ancora a dire cose stringendo denti e cuore in una Lugano bruna come la sponda che stava prendendo la sua vita. Eppure chi lo frequentava descriveva un airone ormai proteso a contare gli anni come vedesse il ciclismo sfuggirgli, sabbia tra le dita. Coppi, con la storia di mogli abbandonate, la stava rinnovando l’Italia, eppure la sua concezione di ciclismo era di un altro andare, e per lui i giovani dovevano innanzitutto rispettare il branco.

Petrucci fu cacciato dalla squadra del campionissimo, ma quel pomeriggio del 27 marzo 1954 era ancora lì a dar fastidio, mischiato ad un gruppo che poteva battere con una gamba sola.

Via Roma nelle storie di ciclismo è serpe velenosa, una belva quasi impossibile da domare, ma per Petrucci poteva essere un annuncio di tappeti rossi Festivalieri, vestiti bianchi, telecamere e luci accecanti.

Ultimo chilometro: Loretto studia il gruppo, sfila uno ad uno i velocisti, sorride, poi si alza perché sa che è ora di andare a raccogliere.

Petrucci si alza

E spinge

Petrucci si alza, e spinge ma la bicicletta non va.

Una foratura?

No, è di più,

E’ come se un peso gravasse a trattenerlo lì, su quelle pietre vecchie,  tra quella folla antica, in quell’odore fumoso di passato.

Petrucci rallenta. Petrucci non è più primo.

Petrucci non vince la sua terza Sanremo consecutiva.

Il peso che quel giorno gravò su Loretto e lo tenne lì, impedendogli di vincere la terza Sanremo e di essere storia si chiamava Pino Favero che si aggrappò al sellino del predestinato vincitore come aveva ordinato il suo capitano, Fausto Coppi.

Petrucci non vinse la terza Sanremo.

Petrucci non conobbe i tappeti rossi dei festival. Da quel 27 marzo 1954 Petrucci si perse. Le cronache raccontano che Loretto smise di correre a 27 anni, con la colpa di aver provato ad essere futuro quando Fausto non era ancora passato.

Tre storie di apportatori di novità. Diverse. Opposte.

Ognuno prenda quella che preferisce ma sappia che nei nostri giorni, oggi, Mutare non sarà scelta indolore. Cambiare è sempre  mettersi in gioco, annullare le rendite che si sono raccolte.

Una volta, e non nello sport, il nostro era il paese dei campanelli. Adesso è quello dei piedestalli. Ma come un quadro non lo puoi leggere da dentro la cornice, così anche una crisi non la risolvi se non scendi in basso a vederla.

Così… tutti giù per terra, disposti a disegnare cose nuove nella vita, con gli occhi e gli entusiasmi di un bambino.

E, alla fine, sai che goduria sarà stata, essere tornati grandi…