Parlando di Marco Pantani...

Alla fine, al di là della pubblica giustizia, il problema non è come è morto, ma quante volte lo hanno ucciso. Con il tradimento, il silenzio, e poi il clamore conveniente. Quelli che hanno fatto dell'americano un eroe, tranne poi abbandonarlo, come nulla fosse stato.
La storia è sempre quella. Nibali e Pantani: orgogliosi di essere italiani, nonostante l'Italia stessa...

Hanno ammazzato Marco. Marco è vivo.

Pantani assassinato. Lì, in quella stanza di mare d'inverno. E ancora, fragorosamente come era fragoroso il silenzio di prima, si torna a parlare di Marco, come un paio di mesi fa, a dieci anni esatti dalla morte, e via con le parole. In questa civiltà di chiacchiere, tutto diventa rito. Anche il ricordo dei media. In realtà, ricordare Marco Pantani, che sia con l’inchiostro o con la tv digitale, è un rito stanco. Pantani da dieci anni continua a vivere dove più conta, non servono i decennali.

Marco è un corridore e un uomo che, testardamente, ancora vive dentro ogni angolo del ciclismo. Sull’asfalto delle salite, negli striscioni dei tifosi che, nel presente apparentemente pulito, trovano sempre meno miti da inseguire. I giornali e le tv, con le rievocazioni, ancora una volta sono venuti dopo. Hanno solo copiato e ricalcato, senza fantasia, ciò che la gente aveva già deciso.

Cioè che Marco Pantani è uno destinato alle leggende, e non importa se ognuno di noi lo ritiene giusto, o no. Sospetti o certezze di Epo? D’altra parte, le leggende vere, non sono mai state pulite. Hanno sempre avuto addosso lo sporco e il ruvido della vita. Le leggende non sono profumate, sanno di sangue e fatica se sono vita, sudore e fatica se sono sport. Ecco, le leggende, hanno sempre un sapore forte. Autentico. Quello che la fiction che oggi chiamiamo sport, non riesce quasi mai a dare.

Marco Pantani non va rievocato. E’ rimasto. Rimane. Rimarrà.

E non perché vinceva. L’immagine di Pantani non è mai stato il trionfo. Anche in quel giorno a Cesenatico, lui con il pizzetto giallo davanti a decine di migliaia di persone, non ha dato il sapore di un entusiasmo pieno, sguaiato, da grande fratello. Festeggiava fra stupore e incertezza, con l’espressione timida di uno che sa che le cose possono cambiare in fretta. Prendere una strada diversa. Una gioia, diversa.

D’altra parte lui era uno che tante volte era caduto. Si era sempre rialzato, ma spesso era caduto. Si tirava in piedi sempre, tranne quell’ultima volta in cui, fra l’incredulità, l’indifferenza e il clamore disse: stavolta non mi rialzerò più.

Fu così.

Dopo, di Marco, venne giusto qualche immagine sgranata, abbagliante e crudele. Come le tappe in cui lui combatteva contro l’americano. Il Tour quei due in lotta li presentava così, allora: lui, il sospetto colpevole, l’altro, l’eroe.

Quasi sempre gli uomini dentro le schermo non sono quello che vogliono essere, ma quello che altri decidono. Armstrong era il divo non perché aveva truffato il mondo, ma perché il Tour aveva deciso di dargli, sul suo copione, la parte del protagonista. Lui, il cowboy. L’altro, non era e non poteva essere un divo. Non ne aveva il fisico. Fragile, da omino qualunque, di una debolezza che fa poco marketing da multinazionale.

La pubblicità con uno così ci può vendere cose magari anche fatte bene, magari italiane, ma non certo le bibite energetiche prodotte per il mercato globale, non le macchine fuoristrada. Un Pantani non era adatto a muovere budget televisivi da multinazionale.

Pantani era Italia vera. Provincia, trattoria, fisarmonica, romagna, era qualcosa e non tutto, per questo era fragile. L’americano stravinse, umiliò “l’elefantino”. Il tour, Armstrong, la stampa, stettero con la potenza illimitata del Cow Boy, come si sceglie di stare con la certezza, e mai con il dubbio. Allora scelsero così.

Comunque, adesso Marco è sull’asfalto, negli striscioni, nel cuore della gente. L’altro. No. L’altro, no. E attenzione. L’altro, non è solo Armstrong. L’altro è anche il tour, gigante, enorme, ma tutt’ora incapace di trovare un vincente che non debba gonfiare, come personaggio, con gli effetti speciali. L’altro è il ciclismo. Che ancora finge di essere bianco, o nero, dimenticando la storia (anche la sua) e la verità sono vere e belle solo se non hanno un colore unico, ma una ricchezza di sfumature. L’altro, sono le corse. Oggi. Grandi trasferimenti. Gruppetti infiniti. E poi, a turno, qualcuno che stravince, e poi non lo vedi più. L’altro sono i corridori. Quelli finti. E quelli autentici. Quelli che hanno fantasia, che vorrebbero perdere onestamente senza essere perdenti, ma non possono. E, alla fine, l’altro siamo noi. Che davanti a Marco che scattava abbiamo sentito vivi ancora i racconti dei nonni che non avevamo più. Che davanti all’italiano che fermava la locomotiva tedesca, abbiamo imparato ancora cosa vuol dire essere fuoriclasse senza sembrarlo, vincenti senza magari volerlo essere, coraggiosi, e poter dire sottovoce che noi Italiani siamo grandi, nonostante tutto.

Dieci anni, senza Marco Pantani. In realtà, dieci anni con l’idea di Marco Pantani. Guccini diceva che gli eroi restano sempre giovani e belli. Boh, chissà che roba sono gli eroi... A restare sempre giovani e belli sono gli uomini, quando sono veri.. Giovani e belli, come una delle immagini che abbiamo nel cuore di Marco Pantani, quando riscrisse la storia dei Tour moderni: “Lui con le braccia aperte e l’espressione di chi ha speso tutto, anche parte di quella carne che lo ha tenuto attaccato alla bicicletta. E in quella fatica, lo sguardo di Marco per la prima volta è andato lontano, verso l’azzurro del cielo…”.

Già, a che cavolo servono per fare memoria  le indagini, le prove, e i decennali?

In fondo hanno ammazzato Marco ma dove più conta, nel cuore della gente, Marco è vivo...