Cinema e industria: quelli del nuovo

Quelli che cambiarono l'esistente. Quelli che crearono ciò che non c'era... La rivoluzione parte spesso da un gesto semplice. Magari indossare un cappello impolverato, un bastone e cominciare a fare cose che agli altri sembrano assurde.

E’ che questi anni stanno piegando la schiena del mondo, e viene più naturale guardare il proprio ombelico come fosse quello dell’universo. Come se vivere fosse ragione necessaria e sufficiente indipendentemente dal come, e per cosa. Come diceva Pavese. “E’ bello vivere, perché vivere è cominciare sempre, ad ogni istante” Alla fine sarebbe semplicemente da togliersi d’addosso l'apatia e partire da una parola:  cominciare. Come in quella scena dell’attimo fuggente, quando Robin Williams invita la sua classe a salire sul banco, perché basta una diversa prospettiva. “ Dobbiamo ridere alla nostra impotenza contro le forze della natura, se non vogliamo impazzire.“ Ridere, come forza di reazione e rivoluzionaria. Chi disse questa frase, arrivò in una America ben diversa da quella che di solito immaginiamo ma, come lui, pronta a cominciare qualcosa. Una nazione di posti desolati come doveva essere il nuovo mondo nel primo novecento. Un centro di poche case, un albergo e uno sfondo di montagne basse che portavano sulle spalle il deserto reggendosi su una terra fertile, pronta a dar frutti fino al punto in cui cominciava il mare. Los Angeles, lì accanto, era una realtà appena accennata che stava crescendo grazie al petrolio, scoperto da poco. Lui allora era giovane, poco più di vent’anni. Ma come li si aveva allora, due decenni di vita che volevano dire aver già fatto molte cose, imparato e sofferto tanto, perché ancora non esisteva l’alibi chiamato adolescenza. Si nasceva bambini e poi di colpo si diventava uomini, senza vie di mezzo,  essenzialmente per necessità, e per povertà. Lui giunse lì chiamato da Max Senneck. Un esploratore, diremmo oggi, anche se non quelli che vanno a cercare nuove tribù o continenti ma semplicemente un cambiamento radicale di ciò che era stato finora. Capannoni, pochi, e odore di legno e celluloide, quello era l’angolo di grande paese che respirò Charles Chaplin, un odore che a Londra non aveva mai sentito. “Bosco di agrifogli”, si chiamava quel posto. Ma si era in America e allora bisogna dirlo in inglese: Hollywood. Chaplin era stato ingaggiato perché facesse il buffone e fu inserito in quel mondo di inseguimenti e comiche grossolane, ma poi lui cominciò qualcos’altro, l’arte del cinema. Cominciò qualcosa grazie alla sua complessità. O puoi chiamarla genialità, che è uguale. Indossò la bombetta, le grandi scarpe, il bastone e i baffetti come un pittore mette i colori sulla tela. Diede ad uno schermo disegnato dalla lampadina  la capacità di essere poesia. Proiettare sulla tela il vagabondo non fu solo creare un personaggio ma l’espressione di malinconia del novecento. Bisogno d’amore, rabbia e follia. Settembre 1939, per stare ancora con settembre. Mentre Hitler dichiarava guerra all’Inghilterra, Charlie Chaplin fissava il grigio dei primi fotogrammi del suo ennesimo capolavoro: il grande dittatore che fu anche sostanzialmente il suo addio. Il vagabondo che prendeva in giro i dittatori fu travolto dal nuovo mondo che voleva solo parole e colori. Chiedeva solo la confusione  delle risposte, non la saggezza delle domande. Eppure solo se si pensa a quel terreno deserto, a quel tempo sperduto, ai capannoni, alle cineprese a manovella, ai pazzi che parlavano dentro ai megafoni, ai costumi improbabili, se ci si immagina tutta quella apparente follia mettersi lentamente a posto nella testa di un uomo e farsi futuro, si sente la sostanza fisica del cominciare. Ci hanno guadagnato tutti da quell’inizio in un posto ai limite del deserto e  del mare, la cultura dell’umanità innanzitutto, ma anche l’economia. Un po’ come un’altra storia che cominciò sulle rovine dei grandi dittatori. “E’ qui, dottore”. Si era in una cascina, fra risaie secche e campi non ancora riattrezzati. Erano due, che guardavano in giro, e poi, in giacca  e cravatta com’erano, si misero a spostare macerie e assi di legno fino a scoprire strani tubi piantati nel terreno e chiusi da qualche valvola. Quel giorno l’ombelico dell’Italia era Cavriaga, Padania, dove anni prima si era scavato il primo pozzo di gas nella pianura. Chi parlò per primo era l’ingegner Zanmatti, che quel pozzo lo aveva scavato ma poi nascosto, perchè non lo vedessero i tedeschi. Zanmatti doveva essere epurato dalla nascente Italia, monarchica o repubblicana che fosse, cancellato, come tutti quelli che avevano detto sì a Salò.

Ma l’ingegnere non epurò Zanmatti, come gli era stato chiesto, come neanche liquidò l’Agip. Da quel cortile di cascina della bassa padania Enrico Mattei fece partire un sogno, un po’ da Cesare e un po’ da paraculo che a momenti avrebbe dato all’Italia un impero, altro che le ciance del crapone di piazza Venezia. Un grande sogno fu l’Eni. Miracolo italiano. Quello vero, di miracolo italiano. Astuto, Enrico Mattei. Lui, come tutti quelli che gli furono a fianco e alle spalle e intuivano bene l’importanza che aveva il termine cambiare il verso della gente con delle parole sulla carta. E’ sempre importante il senso della gente, specie se si deve fare a cazzotti con quelli che sembrano invincibili. Astuto, Enrico mattei. Tanto che fece un giornale. Un grande quotidiano. Una testata da anteporre a quello dominante, storica,  come il giorno si antepone alla sera. “Se la nostra pagina assomiglia a quella del Corriere vuol dire che abbiamo sbagliato qualcosa” diceva Gaetano Baldacci, il primo direttore della nuova testata “statale”.

Il Giorno, fu tutto e niente. Il tentativo di ridurre le notizie a notizie, la cultura a cultura, in una grafica più immediata. Si affiancava la proposta di una pensiero raffinato ma non noioso, paradigma del desiderio furono le pagine sportive, dipinte della tinta snob e popolare di Gianni Brera.

Il Giorno fu un giornale di soldi pubblici, con tutti i pregi ed i difetti che ne conseguono. Un giornale da debito, un giornale rivoluzionario ma che probabilmente aveva un’anima troppo giovane quando dovette fare i conti con la scomparsa di Mattei, avvenuta probabilmnte non per disgrazia nella stessa pianura dove la storia dell’Eni era partita. Mattei lasciò la parte mediocre  dell’Italia a afre a pugni con l’altra metà, quella geniale, quella che d’istinto potrebbe sempre concludere qualcosa di garnde. Per il Giorno, inesorabilmente, la carta tornò carta, bobine da riempire, dimenticandosi del senso, dell’identità, della quantità. Il quotidiano delle partecipazioni statali da distinta carrozza diventò carrozzone, da casa del pensiero casa di riposo e ufficio di collocamento. Finì così, nella mediocre maniera nostra di finire le cose. Rimase comunque nell’aria, anche in Padania, la sensazione di una opinione che puoi blandire, plasmare. Oggi andare in certi posti è come a leggere il bigino di quella vicenda. Basta percorrere poche decine di chilometri in pianura padana, attorno a Milano. Paritire un po’ più a sud della cintura, verso Cavriaga dove si intuì l’Eni. Poi salire  più a nord, lambire i campi di Bascapè, dove l’aereo di Mattei cadde . Una capatina in centro. A Milano. In piazza Cavour, a due passi dal Duomo, a guardare il palazzo del Secolo d’Italia che una volta la gente chiamava “palazzo dei giornali”. Oggi, dove un tempo c’erano le rotative, c’è una bellissima palestra. E più sopra, dove stavano le redazioni, uffici. Luoghi di conto e marketing, che non c’entrano niente con le parole e la carta stampata.

“E’ bello vivere, perché vivere è cominciare sempre, ad ogni istante” E per concludere, alla fine, facciamo un ricciolo deciso,  verso la tangenziale e oplà, arrestiamoci davanti ai ripetitori di Cologno Monzese. Belli. Potenti. Moderni.  Come dice Chaplin: “dobbiamo ridere alla nostra impotenza contro le forze della natura, se non vogliamo impazzire“ E’ lì che fecero il “Drive In”. E’ lì che ora fanno “Striscia la notizia”. E ridiamo. Va. Ridiamo…