Trentadue estati fa...
Spagna 1982. Una storia diversa dal mondiale brasiliano. Diversa. Forse proprio perchè è una storia che ancora oggi può essere raccontata, mentre la spedizione di Prandelli è già morta fra il gossip vacanziero e le improbabilità del calcio mercato. Era il 1982, il calcio stava cambiando ma era ancora uno sport fatto dagli uomini, e non dalle tv. Tutto sommato, semplicemente, era ancora uno sport.
Mundial 1982
Metafora di noi di una volta ma anche di un calcio andato, rivissuto nell’addio ad Enzo Bearzot, eroe antico scomparso.
Un altro calcio, ma che proprio allora cominciava a cambiare. Raccontano che dopo quel titolo mondiale, nella stagione del rinnovo dei contratti un Boniperti meravigliato si trovò davanti, per la prima volta nella sua carriera, non dei calciatori che pendevano dalle sue labbra e si appellavano alla sua clemenza e a quella dell’avvocato, ma sconosciuti individui che si qualificarono quali “agenti” dei campioni del mondo. Spendendo un sospiro malinconico, il presidente della Juventus realizzò allora, in quel momento, che il tempo del suo calcio andava ormai a finire. L’intervallo fra i due tempi fu quindi la vittoria mondiale dell’ultimo grande tecnico federale. Enzo Bearzot, e la nazionale che fece il miracolo. 5 luglio 1982, Italia Brasile. La nazione con Roma capitale uscita dagli anni di piombo stanca, fradicia, spaventata e con le cicatrici di qualcosa che assomigliava al resistere, scoprì che nonostante tutto sapeva vincere. 1982. La nazione dell’eterna dialettica, ben rappresentata allora da un Partito Socialista dove coabitavano pacificamente un Bettino Craxi e un Sandro Pertini. Nuovo e vecchio, società e storia, politica e ideale assieme, a dire che ciò che ora viene mostrato come assolutamente cattivo non è incompatibile con ciò che è stato mostrato come assolutamente buono. Mai solo un verso. Approssimazioni, tendenze. Complessità, solo questo è storia vera. 5 luglio 1982. L’Italia di Bearzot ci era arrivata così così, male in qualificazione, bene con l’Argentina di Maradona. Location era il Sarrià di Barcellona, la casa dell’Espaniol, stadio piccolo, raccolto, di quelli che sembrano aspettare una qualche grande partita.
Da
giorni, allora, la nazionale aveva scatenato con la stampa paparazza
una guerra di silenzi che fu ingrediente della vittoria. Gli italiani
e l’assoluto bisogno di un fiume da tenere. Un buon generale
(Bearzot) senza grilli per la testa e un Piave, che nel 1982 furono
il Sarrià e l’assoluto bisogno di vincere per la migliore
differenza reti dei brasiliani, a cui bastava un pareggio.
Rivedere
l’Italia di Paolo Rossi (giocatore che Bearzot aveva difeso con la
saggezza di un padre) contro il Brasile di Falcao è
contemplare un calcio che riposa gli occhi come un paesaggio verde
dopo mesi che lo sguardo vede solo la città. Attorno a quel pallone
demodè, esagoni neri dentro un teleschermo, qualcosa sembra fuori
posto, confusa ma al tempo stesso, affascinante.
Terzini che
vanno dove oggi non andrebbero. Punte che anarchicamente decidono di
mettersi a camminare infischiandosene di ciò che accade alla difesa.
E giocatori di fantasia che azzeccano (o sbagliano) seguendo l’estro,
non la tattica. Già, pare intrisa di meno scienza l’erba spagnola.
Meno potenza. La magrezza di Paolo Rossi pare cosa passata,
pittoresca, come quell’Amaro di alghe marine che c’era allora, i
paninari o il cubo di Rubik. Quel calcio dà una sensazione che non
riesci a definire se non usando un termine impegnativo: stile. Un
Antognoni, un Bruno Conti, o uno qualsiasi delle tante perfezioni in
giallo e oro, per quanto si possa dire, o esaltare, o sbraitare,
nell’oggi non li trovi.
No, non trovi il senso che sapevano
dare. Come la palla non esistesse da sola, ma fosse parte del
giocatore e del suo andare, un tutto. Una eleganza che non c’è
più, oggi affogata nel calcio iperventilato, travolta dalla frenesia
isterica che prende il campo, il pubblico, il telecronista, il
giocatore. Oggi, forse, anche lo vorresti il senso di un Falcao, di
uno Zico, di un Eder, ma sai che alla fine sarebbe solo chiedere un
tempo andato. Domandare un giorno diverso. E’ desiderio inutile.
Oggi più che ieri. Già!
Dunque, 5 luglio 1982, ore 17.15,
Sarrià di Barcellona. Prima che l’arbitro fischiasse, tutto
pareva vano, anche la speranza, perché sull’altra sponda c’erano
brasiliani suicidio economico delle società di mezza europa che
venivano da uno score di devastante potenza: 2 a 1 all’Unione
Sovietica, 4 a 1 alla Scozia, 4 a 0 alla Nuova Zelanda e 3 a 1
all’Argentina. Belli, perfetti, inesorabili, 13 goal ed una
estetica da far dire al mondo: chi li ferma, quelli? Di certo non
poteva dir loro alt l’Italietta,. Un pessimismo cosmico che
aleggiò e avvolse anche il goal del vituperato (finora) Paolo Rossi
a 5 minuti dal fischio d’inizio. Pur bella nel disegno, quella rete
era parsa una beffa casuale.
Tutti erano certi che gli
altri, i campioni, quelli in giallooro, i maestri, avrebbero
pareggiato. Era solo questione di aver futuro, e i brasiliani ne
avevano, di futuro. Anzi forse erano proprio loro, nel calcio, il
futuro. Contro le folate degli Junior e dei Socrates, i destini
azzurri parevano quelli di una barca di pescatori contro una
corazzata. Forse anche con qualche velleità, ma sempre pescatori. E
infatti, dopo dieci minuti, fu 1-1. E nelle case già l’Italia
caporetta e gufa, era lì a dar di gomito all’altra. Hai visto?
Senonchè poi, venne 2-1. Ancora Rossi a segnare, carpendo una
papera di Junior, un passaggio sbagliato, incrinatura in un vello non
più perfetto. E da lì, d’improvviso, il paesaggio sembrò
cambiare prospettiva. L’Italia salì sul ring e non da pugile
suonato ma da uno che risponde colpo su colpo.
Cominciò a
picchiare tosto, l’Italia. Non ci diedero un rigore netto su Rossi
e poi Bruno Conti sbagliò un gol che sembrava fatto, poco prima però
che il giallorosso Falcao, mangiapane nostro a tradimento, facesse il
2 a 2. Amaro contraltare, la faccia isterica del centrocampista
brasiliano il cui viso paonazzo e l’urlo esagerato dimostravano
l’incredibile: cioè che i brasiliani, i maestri del calcio,
avevano avuto paura. Un terrore tanto intenso da scomporre ogni
stile.
E da lì, dal 2 a 2, che ci si misura con il nostro
calibro storico. Che non è solo calcio, è destino, qualcosa
di lassù, sopra tutto, anche quel che crediamo. Perché ci saremmo
potuti arrendere, ma non ci arrendemmo.
E a chi dice che il
Brasile quel giorno perse perché aveva nell’indole la grandezza
d’attaccare, che vincemmo solo per contropiede, rispondiamo non è
vero e dimostrazione ne è il terzo gol nostro, che non fu un
contropiede. Fu un calcio d’angolo, un rinvio corto e il destino.
Quello di una squadra vincente, persone giuste al posto giusto. Per
l’altra compagine, quella che perde, persone sbagliate al posto
sbagliato.
Il
posto giusto. Un po’ dove era messo Grosso in Italia Germania del
2006. Che si chiami istinto o sorte non cambia, l’effetto è sempre
quello. L’Italia, spesso, vince. Gli altri. I perfetti. Gli
efficienti, spesso con noi perdono.
Un gol regolare annullato ad
Antognoni, il salvataggio sulla linea di Zoff furono fine epica di
quella partita perfetta in cui l’Italia dell’82 finì “casomai
mondiale”.
Una realtà diversa quella festa spagnola, metafora
di un calcio andato, ahime, che a rivederlo oggi pare sostanza
dignitosa, composta, bella, poetica come la voce di Nando Martellini,
il telecronista della tv di stato di allora, così diverso da quella
di oggi, dalla colonna sonora di questi europei, invadente, banale,
inutile, fastidiosa, che ad un certi punto togli il volume, e via,
nel silenzioo, riscopri il calcio. Martellini. Un dirti la partita,
senza assordarla. Allora raccontare, era raccontare. Ere ciò che
succedeva in campo l’esclusiva eccellenza. Non una subordinata.
L’allora. E poi l’oggi. La sottrazione siamo noi. Noi,
l’Italia del 5 luglio dell’82, ancora qui. Quelli che per una
notte riempirono le strade. Noi, che adesso siamo a ricordare quel
senso. Due scorci di quella notte prima degli esami, ci dicono che
questo futuro era già là. E noi non abbiamo fatto nulla per
cambiarlo. L’intellettuale Spadolini, esimio storico del
Risorgimento, presidente del consiglio laico che notoriamente
disprezzava il calcio che comunque, quella sera, si affacciò al
balcone di Palazzo Chigi a festeggiare. Una politica che stava
finendo di essere proposta per assumere il compiacere un popolo.
Al di là della propria dignità. E poi, l’ultima immagine. Una
piazza in tricolore e una finestra aperta che lascia intravvedere una
tv. Dentro la cornice catodica c’è il volto di un giornalista coi
capelli rossi che parla di vittoria con lo stesso tono con cui ore
prima aveva parlato di vergogna.
Un Biscardi sorridente, da ve lo
avevo detto che siamo forti, salutò l’Italia e la coerenza
prendendosi il record di ascolti.
Visto così, quell’82, visti
il politico che recita e il giornalista che s’arrabatta, non
sembrano l’alba di quel presente che siamo noi? Già, al fischio
dell’arbitrò dentro il Sarrià quello che era stato era già
metafora. Il dopo, come Boniperti scoprì amaro, era già un futuro.
Il futuro del calcio spezzatino, dei teatrini, delle chiacchere e del
pallone come subordinata.